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Oltre l'Ambient Occlusion

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Cos’è l’Ambient Occlusion e come si utilizza? Ma soprattutto.. perchè?

In questo post vorrei condividere con voi alcune considerazioni sull’ambient occlusion e parallelamente sulla modellazione della luce, nel campo del rendering fotografico.

Attenzione: con questo post non voglio affermare che una tecnica è migliore di un’altra, voglio solo fare una cosa poco diffusa: ragionare sulle perché cose. E lo farò adottando il mio solito approccio fotografico. Sarai tu a trarre le tue conclusioni.

 

INTRODUZIONE

Innanzitutto, per chi non lo conoscesse, Ambient Occlusion è « un metodo di ombreggiatura usato nella computer grafica 3D che contribuisce a conferire realismo ai modelli di riflessione locale in quanto tiene conto dell’attenuazione luminosa in prossimità di volumi occlusi »
fonte Wikipedia

Quindi l’Ambient Occlusion (che d’ora innanzi chiamerò AO) genera delle ombre ambientali legate alla prossimità degli oggetti e – sopratutto – non è legata in nessun modo alla luce presente in scena né alla sua direzione. Tant’è vero che può essere generata anche spegnendo tutte le luci e la global illumination.

L’implementezione in V-Ray è davvero molto semplice(1), basta andare nella scheda ‘Render Elements’ e:

  1. Cliccare ADD e selezionate VRayExtraTex dalla lista
  2. Mettere VRayDirt come Texture
  3. Creare una istanza nel Mat Editor
  4. Editare il raggio per definire l’ampiezza dell’occlusione

Per la verità già i punti 1-2 spesso bastano, il raggio di default è 25cm che nella maggior parte dei casi va più che bene (2).

 

ESEMPIO PRATICO DI ‘AO’

L’immagine che segue è la tipica situazione in cui l’AO potrebbe fare egregiamente il suo lavoro di evidenziatore di dettagli:

I dettagli della porta non sono così evidenti, quindi creando la versione AO della stessa inquadratura:

possiamo sovrapporla in Photoshop, in modalità Moltiplica e – 20% di opacità, con un risultato soddisfacente. Mi tengo al 20%  perché usare una dosaggio troppo alto di AO potrebbe dare un look troppo ‘falso’:

Niente male, ma possiamo andare oltre.

 

MENTALITA’ FOTOGRAFICA

Ritornando all’immagine originale in cui la porta sembra mancare di corposità, possiamo fare tutt’altra analisi.

Da fotografo resto innanzitutto stupito da come sia possibile che una luce radente non riesca ad esaltare i dettagli! E’ davvero strano, un fotografo è abituato ad utilizzare luci radenti per evidenziare rilievi ed imperfezioni: come mai in questo caso non accade?

Forse accade, ma alla luce ambientale che proviene da sinistra, si accavalla un’altra luce da destra che ‘spegne’ le ombre generate dalla prima, togliendo corposità all’immagine. In realtà non è una vera e propria sorgente luminosa: si tratta della luce che rimbalza su pareti e soffitto, che essendo completamente bianchi e puliti restituiscono una luce altrettanto forte che ‘cancella’ la tridimensionalità.

Attenzione: questa problematica non riguarda V-Ray e 3ds Max, ma è puramente  fotografica! Succede anche nei set reali, per questo si utilizzano teli di velluto nero per evitare rimbalzi di luce indesiderati. Questa è “modellazione della luce”, una della cose più affascinanti ed efficaci che conosca! 🙂

 

Implementare questo concetto in V-Ray è facile quanto intuitivo, anche mia nonna lo sa fare: basta creare un piano o un volume e posizionarle davanti le superfici di cui vogliamo ostacolarne le riflessioni, associando un comune materiale “nero totale”:

 

Ecco il risultato: la direzione della luce è netta, l’immagine molto più tridimensionale e sopratutto è in armonia con la luce presente in scena:

Confronto:

Le differenze sono evidenti:

– BASIC: versione di partenza
– AO: Con ambient occlusion c’è più dettaglio, ma è piatto. Non porta con sé la direzione della luce. Infatti l’ombreggiatura va anche verso sinistra, dove non avrebbe motivo di esistere
– BLACK VELVET: con il panno di velluto posizionato, il dettaglio aumenta ed è in perfetta armonia con la luce

 

CONCLUSIONI

Ovviamente non sono contro l’AO! Lo uso e spesso.

Ma è ancor più importante capire lo scenario e fare le proprie scelte in base alle situazioni. Il vero problema nasce quando si utilizzano gli strumenti senza pensare…  perchè sui forum, nei tutorial gli altri dicono così. Saltando completamente la vera domanda che ognuno dovrebbe porsi: “perché?”

Una volta posta, le risposte possono essere tante, ed il mondo della fotografia offre al rendering fotografico praticamente tutte le risposte. Risposte che tutti – senza essere super eroi del rendering – possono tranquillamente sperimentare. Basta posizionarsi radicalmente su un altro piano, quello fotografico.

Se ti piace il mio approccio fotografico, ecco il mio libro “Fotografia e Render con V-Ray“.

A buon render
Ciro Sannino

 

Note

(1)  L’AO è attivabile anche dal pannello di rendering, ma in quel caso viene “incorporato” nel rendering. Personalmente preferisco avere 2 livelli separati per controllarli più facilmente in Photoshop

(2) Altra cosa che si potrebbe editare sono le ‘subdivision’ ma 8 spesso va già bene visto che in photoshop verrà utilizzato sempre un 20-30% al massimo di opacità.

 

 

 

 

 

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Commenti

  1. Ario 11 dicembre, 2013 4:22 pm

    Complimenti per l’articolo Ciro!
    da patito della fotografia e del rendering sono totalmente daccordo con te, anche se purtroppo nei nostri progetti non abbiamo il tempo di “allestire” il set fotografico e risparmiamo tempo usando mezzi come l’AO.

  2. Ciro Sannino 11 dicembre, 2013 5:17 pm

    Ciao Ario, è vero ma solo in parte.. se lo sai quanto ci vuole a mettere un piano nero? E cmq le cose non si esludono, l’importante è saperlo.

  3. maiden75 11 dicembre, 2013 9:01 pm

    Credo che Ciro, meriti un bel 10 per questo mini tutorial, perché se ha descritto cose che molti esperti del settore sanno bene, va premiata la chiarezza e la coerenza dei suoi concetti in perfetta armonia con le vere necessità, indispensabili per chi ricopre una figura professionale come la nostra.
    Grazie Ciro

  4. apposai 11 dicembre, 2013 9:20 pm

    ….lo si può anche controllare materiale per materiale aggiungendo il dirt nel difuse. Ovviamente inconveniente è di non poterlo scorporare se non usando il render elements. Ci sono diversi tutorial basati unicamente sull’uso del dirt: è molto interessante l’uso che se ne può fare.

  5. Guido 11 dicembre, 2013 9:23 pm

    Complimenti per l’articolo … purtroppo si pensa sempre che il software 3D sia in grado di realizzare immagini fotorealistiche semplicemente con gli strumenti standard e un pochino di post con photoshop, invece l’ambiente 3D andrebbe sempre considerato come un set e quindi devono essere applicate le regole della fotografia.

  6. Mirko 11 dicembre, 2013 10:48 pm

    Ancora complimenti Ciro
    sai ho usato “intuitivamente” quasi lo stesso sistema ma in caso inverso, praticamente mi serviva molto + rimbalzo e ho proiettato una luce su un piano bianco (oviamente fuori campo) poichè la scena si presentava già con pareti nere e non visualizzavo bene i dettagli come desideravo! ….dopo varie prove sono riuscito ad accontentarmi di un gradevole risultato!
    P.S…. non vedo l’ora che arrivi il tuo libro per divorarlo!

  7. Metiu74 8 gennaio, 2014 1:29 am

    Bellissimo articolo che apre molte porte per chi usa un motore di rendering con l’approccio da scenografo. Sono d’accordo che l’ambient occlusion sia una cosa in più, ma perché si usa?
    Per compensare delle carenze del motore di rendering…ora bisogna scegliere il costo/opportunità tra usare un algoritmo di rendering veloce come vray + AO e altri più lenti che considerano il photon mapping quali Mental Ray o Renderman ( che non è proprio la panacea che si dice).Qualcuno potrebbe dire che il tutto si supera con un motore unbiased…tipo Iray,Maxwell,Octane…..Iray fa sempre grana anche con un K6000 e 2 K5000 dopo 6 ore. x gli altri bisogna rifare i materiali.
    Consiglio…VrayRT per sempre con una o più schede Quadro.

  8. Ciro Sannino 12 gennaio, 2014 10:21 am

    Grazie per il contributo Metiu! Quello che dico in questo articolo è che spesso AO si usa per carenze che in realtà sono “apparenti”. Carenze che invece hanno un’altra origine, come – in questo caso – un uso non consapevole della luce modellante.

  9. Metiu74 15 gennaio, 2014 3:37 am

    Ciro ha centrato il punto! L’uso inconsapevole della luce.
    Tutti noi sappiamo che è la luce che da la vita al nostro rendering, ma spesso ci affidiamo ai parametri di rendering o a tecniche di compositing come l’AO per risolvere problemi che dipendono da una nostra errata cognizione della realtà che vogliamo trasporre forzatamente nella scena.

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